IL VIAGGIO NON E’ BANALE.

Il viaggio va sempre caratterizzato, anche quelli di lavoro è necessario non banalizzarli.

Il viaggio deve diventare un ricordo. Un piccolo tassello da depositare dove si vuole, basta che risulti poi facile in futuro ritrovarlo a nostro uso e consumo.

A tal proposito si deve trovare il modo affinché accada qualcosa che lo renda numerabile e rammentabile.

Ti, ricordi, mio caro, quel piccolo bar di un paese, scovato in un inferno di neve (se scrivessi dovrei spiegare che ho usato la parola inferno solo per motivi evocativi e di contrapposizione, il significato originale del termine nulla ha a che fare con il luogo infuocato e dannato che le filosofie pagane hanno inventato e successivamente ispirato i credi cristianizzati, chiaro no?). Quel giorno in autostrada non viaggiava un’anima, avevo volutamente allungato il percorso per evitare un passo di montagna che avrebbe richiesto senza dubbio … ah eccola, mia deliziosa e succulenta pizza alla sicula, paese ed inferno di neve vi riprendo tra un attimo…. Una pizza a dir poco eccellente!!! Località Cara del Tirreno, sono qui proprio per una serie di incontri di lavoro. Sto cenando nella pizzeria “al forno” in pieno corso Alberto I, una semplice pizza margherita (stile napoletano) con melanzane a funghetto, strepitosa!! Vabbè torniamo al nostro racconto.

Dove ero rimasto? Ah sì, dicevo, avevo volutamente allungato il percorso per evitare il passo di montagna che anche in auto avrebbe richiesto un’attrezzatura di un certo tipo… Semplici catene che io però non avevo….

La giornata era iniziata molto presto. Il giorno prima avevo dovuto assistere ad un convegno a Rimini ed ero rimasto per la notte nei pressi della città romagnola. All’uscita dal mio albergo, che scelgo, quando è possibile, sul mare, non riuscivo però più a trovare l’auto che una coltre di neve inaspettata quando sorprendente per luogo e temperatura, aveva coperto con soffice meticolosità, fino a coprirne ogni singola parte. Scrollata la massa soffice dall’auto e dopo aver voluto bearmi per qualche istante dell’incantevole atmosfera che generava la neve sul mare, mi misi in viaggio. Alle diciassette ero in piena autostrada ed avevo percorso già quasi la metà del strada, la luce azzurra contrastava con il bianco della neve che ricopriva ogni cosa. Ascoltavo “Just a song before I go” dei Crosby, Still, Nash & Young, e notai, uscendo dal mio languore, un paesino alla mia sinistra, che se non stessi guidando avrei detto davvero che fosse parte di un presepe lavorato e costruito con dovizia e scrupolosa precisione.

Si, direi che quella poteva diventare una tappa interessante e costruttiva. Così uscii dall’autostrada e percorso un tratto di salite e curve di circa quattro o cinque chilometri finii direttamente nel bel mezzo della piazza centrale, una piazza unica, sola. Ad accogliermi oltre un freddo polare anche due cani ed una signora che dalla chiesa usciva di fretta coprendosi per il freddo. Un signora, unica, sola.

Mi guardai attorno e alla mia sinistra, scorsi un bar, sai di quelli di paese poche luci, antiche, odore di fumo e di vecchio, scarno di cose e di gente. Entrai e notai subito un portavivande con dentro un paio di dolci, uno in particolar modo destò il mio interesse e mi procuro un accenno di sorriso, vidi infatti un meraviglioso occhio di bue alla marmellata di albicocche. Mio! Contestualmente ordinai, alla ragazza che nel frattempo mi aveva osservato tra lo stupore, la rabbia e l’indigenza sessuale, un tè. Un tè al limone.

Misi in bocca l’atteso premio, ma un istante dopo avvertii la stranissima sensazione che quel dolce non sarebbe stato un premio ma un inganno delittuoso ad opera di noti. Ne misurai subito l’età, ad occhio e croce sarebbe diventato maggiorenne di li a poco, aveva perso ogni segno e speranza di freschezza, anzi forse non ce l’aveva mai avute, nemmeno appena prodotto. Lo lasciai scivolare con elegante disinvoltura nel cestino del pattume, bevvi velocemente il tè sperando che nessuna creatura demoniaca nel frattempo uscisse fuori dalla tazza e mi recai alla cassa. Finalmente guardai in viso la ragazza. che francamente non mi ispirava nulla di buono. Non so perché ma mi girai istintivamente verso il cestino del pattume senza mai perderla d’occhio pensando che forse non avrei dovuto gettare cosi repentinamente il dolce, un alleato probabilmente mi avrebbe fatto comodo, dannazione.

Ripetei alla ragazza ciò che avevo ordinato già con i soldi in mano.

Lei batté le dita sulla cassa senza mai staccare lo sguardo dal mio. Non guardò neppure lo schermo del registratore di cassa. Duemila lire, sentenziò. Pagai porgendo la mano con i soldi, li prese ma, con mossa rapida, avvinghiò tenacemente anche la mia mano.

Strinse forte. In un primo tempo assecondai la presa. Poi temendo il peggio tentai di sfilarla dalle sue grinfie tirando con più forza. Ma lei teneva il punto con più vigore, poi, sbottò, “Io in questo paese non ci voglio più stareeeee! Voglio andare via!!! Mi voltai cercando un aiuto o qualcuno che mi spiegasse, ma nulla, non c’era anima viva, tirai ancora più forte implorandola, “ la prego signorina mi lasci, ho un appuntamento con, con… l’andrologo…mi lasci…” Non ci fu verso, lei urlava e non mollava la presa, “bastaaaa, non ci voglio più stareee!!!” Fino a quando la guardai fissa e le dissi, “stia tranquilla, la porto con me”, a quel punto mollò la presa, era in un evidente stato confusionale ma la vita le aveva dato un segno, era il suo treno, il treno che l’avrebbe portata via da quell’ inferno fatto di neve, di solitudine, di una chiesa, unica, sola e falsa, cani due e una piazza.

Bastò un istante, una sua indecisione, una minuscola breccia nella sua presa che sfilai di getto la mano, la guardai fissa “tranquilla, poi passo a prenderti” e in un paio di minuti ero di nuovo sull’autostrada, tra l’azzurro notte e le luci gialle, Steppin Out di Joe Jackson mi rasserenò, diedi solo uno sguardo istintivamente allo specchietto retrovisore, giusto così per sicurezza, “tutto ok”.

 

Massimiliano Bosco

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