L’ELEGANZA DEL RICCIO.

Quello che più dispiace quando muoiono alcuni personaggi noti, al di là del sentimento umano ovvio solo in alcuni però, è che con la scomparsa dell’uomo scompaiano le caratteristiche di quella persona che erano a noi tanto care. In particolar modo, subito dopo la morte di Fabrizio Frizzi, mi sono soffermato a notare quali fossero ad esempio alcune di queste caratteristiche cercando di estrapolarle dai commenti nei siti di reti sociali o tra le chiacchiere nei bar, veri siti di reti sociali, o facendo un piccolo sondaggio tra gli amici.

Appena dopo la simpatia, la sua semplicità, ho notato che la caratteristica più evidenziata è stata l’Eleganza.
Sarà che l’eleganza è una caratteristica a me tanto cara da osservarla come punto di arrivo, come una meta, ma la cosa un po’ mi ha colpito, piacevolmente. Ovviamente non ci si sta riferendo all’eleganza nel vestire, ma ad un tipo di eleganza a cui noi tutti ci stiamo disabituando, ovvero l’eleganza della buona educazione.
Subito dopo la scomparsa di Frizzi molti lo hanno associato ai grandi personaggi televisivi del passato come Corrado, presentatore della TV tra gli anni cinquanta e i novanta o ad Enzo Tortora e così come per il Fabrizio nazionale anche per Corrado o per Raimondo Vianello e per altri personaggi di quel periodo che hanno avuto il semplice merito di fondare la Tivvù, la caratteristica più celebrata evidenziata nei ricordi di chi quel periodo lo ha vissuto è stata proprio l’eleganza, quel modo di fare ma soprattutto di essere così tremendamente educato li ha resi inevitabilmente eleganti e in questo stato li ha consegnati al ricordo dei posteri.

C’è da dire che ci cita questa caratteristica lo fa con una comune smorfia di facilissima lettura, quella parola la si pronuncia con un sospiro che tradisce una certa malinconia dovuta alla consapevolezza che quel modo di fare che evidentemente ancora ci è caro non esiste quasi più ne tra noi ne tra chi la Televisione la “fa”. C’è una tendenza ad un inesorabile involgarimento gratuito nel costume che francamente un po’ destabilizza, una voglia di essere volgare a tutti i costi, come se questo in qualche modo dia forza all’”uomo” e lo renda invincibile.

In una recente intervista Carlo Verdone rifletteva proprio su questo, ovvero sulla tendenza ad un imbarbarimento coatto di molti, evidente anche nella scelta di tatuarsi sulla propria pelle una serie sconsiderata di disegni senza senso o di poco valore. Se una volta il tatuaggio nelle tribù poteva non solo rappresentare una certa forma di celebrazione dell’io individuale o del proprio corpo ma aveva legami più intimi relativi a convinzioni religiose, oggi francamente sembra più un sorta di atto apparentemente intimidatorio ma che invece palesa tutta l’insicurezza di un individuo che necessità di un atto di accettazione della tribù o di auto convinzione di essere forti grazie a quella incisione colorata.

Ho paura che il tempo difficilmente ci restituirà quanto perduto, non credo nemmeno ad una ciclicità dei costumi, ciò che se ne è andato è perso ma lavorare sul presente su chi rimane questo è possibile, a cominciare proprio da noi stessi, affinché si possa aspirare alla meta di essere ricordati come di una persona elegantemente educata.

 

Massimiliano Bosco

 

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