A CENA CON GIANNI

Gianni Minà rappresenta il giornalismo fuori dagli schemi, fatto di qualità, competenza, voglia di rischiare e non assoggettato al potere. Non vederlo sulle reti Rai ormai da più di vent’anni la dice tutta su una televisione pubblica a corto di idee dove reality, fiction e talk show, diventati ormai teatrini di improvvisati opinionisti e giornalisti allineati al politico di turno, la fanno da padrona. Mentre oggi la domenica pomeriggio lo spettatore passivo subisce la TV del dolore a tutti i costi, nei primi anni ottanta Gianni Minà va in onda con “Blitz” un programma innovativo, “fuori dalle righe”, di cui è autore e conduttore. Contenitore domenicale di argomenti diversi dal cinema alla musica, sport, con ospiti, tra gli altri, del calibro di Federico Fellini, Muhammad Alì, Vittorio Gassman, Massimo Troisi, Roberto Benigni, Gigi Proietti. Il tutto si svolge in un’atmosfera informale, con le telecamere in continuo movimento, che riprendono gli interventi in studio e dietro le quinte, in un susseguirsi di dialoghi improvvisati. I suoi reportage, con interviste a importanti personaggi del secolo scorso, hanno fatto scuola. Le domande, spesso scomode, non mettevano in evidenza solo il fatto o l’accaduto, ma sopratutto il ruolo del personaggio nel contesto, svelandone i punti di forza e di debolezza e le ragioni sociali e politiche implicate. Come quella fatta durante una conferenza stampa ai mondiali del millenovecentosettantotto in Argentina al capo dell’organizzazione dell’evento, a proposito dei Desaparecidos per cui venne prima ammonito e poi cacciato dal paese. L’approccio sincero e fuori dal coro gli ha permesso negli anni di diventare una sorta di confidente di diversi protagonisti del nostro tempo, spesso attaccati dall’opinione pubblica, considerati “ultimi” come Pantani e Maradona, ma anche di interloquire a tu per tu con il leader cubano Fidel Castro, in un’ intervista lunga sedici ore diventata in seguito un libro dal titolo “Fidel”. Il suo è stato un giornalismo, come lui stesso lo ha definito, “controcorrente, non smentibile” proprio perché basato su informazioni dirette e non estrapolate da fonti esterne e non attendibili. Come ha dichiarato in un incontro, durante una rassegna estiva, con un intervistatore di eccezione, l’attore Luca Zingaretti, “quel tipo di giornalismo è finito, oggi ci sono pappagalli che scrivono davanti a un computer per otto ore, bisogna andare con le proprie scarpe, dormire poco, diventare cronisti per informare”. Fa un certo effetto aprire il suo libro “Il mio Ali”, una raccolta di articoli scritti da Minà su Muhammad Alì, e vedere la foto, scattata nel millenovecentoottantadue, in prima pagina: Robert De Niro, Sergio Leone, Alì, Gabriel Garcìa Màrquez e lo stesso Minà , tutti insieme in una trattoria a Trastevere, (Checco er Carrettiere) per una cena tra amici. L’immagine più eloquente per descrivere un giornalista amato dai “grandi” e messo da parte da “piccoli” detrattori. Speriamo di rivederlo presto nel posto che gli spetta, per continuare a raccontare il mondo attraverso i fatti.

Paolo Marra


Paolo Marra
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