JAZZ, IL BREAD DI BRAD

Brad Mehldau ha cercato spesso nei suoi lavori una visione universale del jazz, discostandosi dall’approccio più ortodosso, amalgamando generi e strutture musicali all’apparenza lontane. Nei suoi album troviamo standard jazz, composizioni originali, partiture classiche e canzoni estranee ai canoni jazzistici, appartenenti alla cultura pop- d’autore: Nick Drake, Radiohead, Beatles, Beach Boy, Jon Brion, Paul McCartney, Nirvana, Pink Floyd. Non è un’approccio nuovo nel mondo del Jazz. Miles Davis negli anni ottanta improvvisò su temi pop di artisti all’apice del successo in quel periodo: “Time after time” di Cindy Lauper e “Human nature” dall’album “Thriller” di Michael Jackson“. (You’re under arrest – Miles Davis -Millenovecentottantacinque). Ai detrattori, critici nei suoi confronti per questa scelta stilistica, Miles rispose che “gli standard tradizionali erano a loro volta state canzoni dei musical di Broadway“. Mehldau prende la stessa direzione; la struttura originale di strofa-ritornello, tipica delle canzoni pop-rock, rimane un’elemento centrale su cui si sviluppa l’improvvisazione, creando un punto di riferimento per l’ascoltatore, una base comune condivisibile. Herbie Hancock sceglie una visione diversa nell’album “The new standard” (Verve millenovecentonovantasei), dove il pianista reinventa brani di diversi artisti tra i quali Prince, Nirvana, Sade, Peter Gabriel partendo dalla struttura armonica-ritmica originale.
In un ‘intervista del millenovecentonovantanove Brad Mehldau racconta i suoi ascolti musicali in età giovanile, che hanno influenzato la sua idea di jazz “Adoravo gli Steel Dan, Frank Zappa e anche i Jimi Hendrix Experience, per via dello stile di Mitch Mitchell, e ho continuato a essere attirato musicalmente da ciò che passava come pop: amavo sopratutto quella maniera di indirizzarsi direttamente ai sensi”. Ed è proprio il saper toccare le sensazioni più profonde dell’ascoltatore, con un’immediatezza istintiva, a rendere la musica di Mehldau unica in un panorama jazzistico frequentato da musicisti spesso autoreferenziali. Altro cruccio del nostro è l’elettronica, presenza principale nell’album Mehliana-Taming the Dragon (Nonesuch duemilaquattordici). La voglia di sperimentare di Mehldau con architetture musicali si definisce attraverso stratificazioni elettroniche ispirate al Krautrock e al prog intrecciate a fraseggi jazzistici suonati al Fender Rhodes e al piano acustico. A coadiuvarlo Mark Guiliana, batterista e produttore discografico, che vanta diverse collaborazioni fra cui David Bowie, nel suo ultimo album “Blackstar”, il contrabbassista israeliano Avishai Cohen, la cantautrice Meshell Ndegeocello e il talentuoso pianista armeno Tigran Hamasyan.

Un album concettuale con suoni sintetizzati che si allontana in maniera decisa dai lavori in trio con il batterista Jeff Ballard e il contrabbassista Larry Granadier, usciti da poco con l’ultima fatica ” Seymour Reads the Constitution” candidato al miglior album jazz per i Grammy awards duemiladiciannove. Ma parlare oggi di Jazz significa non avere pregiudizi, concetto che Brad Mehldau ha fatto suo in maniera eccelsa.

Discografia consigliata: Blues and ballads, Art of Trio 4 back at the vanguard con una versione di Exit (for A film) dei Radiohead, Mehliana-Taming the dragon.

Paolo Marra

(All’interno un estratto di un’intervista tratta da Jazzit – Settembre/Ottobre duemilasedici)

 

Paolo Marra
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