STAMPA LA LIBERTA’

Interrogarsi su quanto il valore della Libertà di stampa sia importante in una società in cui i soggetti in questione, i giornalisti, vengono additati come creatori di fake news, manipolatori della realtà o di una presunta verità, è legittimo, anzi indispensabile, ancor di più se gli accusatori sono gli stessi politici chiamati a tutelare il giornalismo come valore e fondamento della Democrazia. Non a caso, il Washington Post, notoriamente portavoce di istanze libertarie, è stato il primo giornale ha comprare uno spazio pubblicitario durante l’evento più seguito negli Stati Uniti, la finale del Super-Bowl. Una mossa all’apparenza solamente di marketing finalizzata ad aumentare il numero di abbonati, visto la vendita della testata da parte della storica proprietà, gli editori Graham, a Jeff Bezos, fondatore di Amazon, per duecentocinquanta milioni di dollari, operazione finanziaria che ha destato più di un dubbio sull’opportunità di una scelta del genere a ragione di un’ inevitabile conflitto di interesse implicato, in parte sfatato da un’aumento di articoli da parte del Washington Post non proprio lusinghieri nei confronti della società di Seattle. Il punto è: chi, a parte un giornale con alle spalle una società che fattura uno virgola cinque miliardi di dollari al giorno, potrebbe spendere la cifra di dieci milioni di dollari per sessanta secondi di spazio pubblicitario?

Tutto sembrerebbe rientrare nelle “normali” dinamiche finanziare, non fosse il messaggio implicato: il giornalismo libero, come mezzo per conoscere i fatti, gli avvenimenti, per essere più consapevoli, forti e di conseguenza più liberi di decidere. Un susseguirsi di immagini di giornalisti e report scomparsi, uccisi o che ogni giorno mettono a repentaglio la vita in zone di conflitto, di attenti terroristici o in paesi in cui si perpetrano massacri di minoranze e i diritti fondamentali non vengono garantiti. Non semplicemente un omaggio ai “custodi della verità“, ma uno spot che punta il dito verso la fallimentare presidenza Trump. Non a caso la voce narrante è quella di Tom Hanks, interprete del film “The Post” di Steven Spielberg incentrato sulla storia della pubblicazione da parte del Washington Post nel millenovecentosettantuno di settemila pagine di documenti segregati comprovanti il fallimento della guerra in Vietnmn e la “grande bugia” raccontata al popolo americano. Vicenda a cui seguì quella del Watergate, di un’anno dopo, dei giornalisti Carl Bernstein e Bob Woodward, l’inchiesta che consacra il Post ai livelli del Times, fino ad allora più blasonato, divenuta nel tempo simbolo di libertà di stampa, della verità prima di ogni “fine che giustifica i mezzi”, anche quando il fine è il presunto Bene della nazione chiamato in causa da un Presidente, nel caso specifico Nixon, costretto in seguito ad impeachment a dimettersi l’otto agosto del millenovecentosettantaquattro, primo e unico caso nella storia americana. Le analogie, non esplicitamente dichiarate, espresse dallo spot fra questa vicenda e l’attuale presidenza Trump sono ben chiare, e vanno a toccare le coscienze degli elettori americani per spingerli a un passo indietro rispetto alle elezioni del duemilasedici. Lo stesso Washington Post nei giorni precedenti aveva scritto della volontà di Trump ” di tenere nascosti alla stampa e ai suoi collaboratori i contenuti dei colloqui privati con Vladimir Putin sottolineando la mancanza da parte del governo statunitense di “registrazioni o trascrizioni delle conversazioni tra i due presidenti, una cosa molto inusuale”. Vicenda che appare, come dichiarato dai Democratici, “inquietante” viste le indagini in corso sul Russiagate, per le presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali. Indagini prese a carico dall’ Fbi, dopo il licenziamento da parte di Trump dello stesso direttore dell’Fbi, James Comey, legato secondo diversi analisti alla sua scelta di non abbandonare l’indagine nonostante le pressioni da parte del Presidente.

A tal proposito, in un pezzo d’opinione sul Washington Post, Robert Redford, che nel millenovecentosettantasei interpretò Bob Woodward nel film “Tutti gli uomini del presidente” incentrato sullo scandalo del Watergate, parlando delle analogie fra la presidenza Nixon e quella di Donald Trump, si interroga sulla capacità del sistema americano di difendersi come successe quarantacinque anni fa quando sia i politici di entrambi i partiti che i giudici ” misero da parte le appartenenze e lavorarono- insieme a una stampa libera- perché la verità emergesse” un valore su cui oggi “il paese è diviso” e, continua, “abbiamo grossi problemi ad afferrare la verità, a comprenderla”.

Ma la domanda è: la coscienza collettiva formata dalla volontà civile del popolo americano- e non solo, di tutti i popoli che si ispirano a ideali democratici- e dalle responsabilità costituzionali su cui si fonda un sistema liberale possano impedire che venga sacrificata la verità a vantaggio di equilibri politici e affaristici? La risposta pone la base per il futuro di un’informazione libera e indipendente da qualsiasi tipo di “bavaglio“.

Paolo Marra

(Pezzo d’opinione di Robert Redford apparso sul Washington Post del 31 marzo 2017)

Paolo Marra
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