CON-VERSAZIONE TURCA

Alcuni giorni fa ho avuto un’ interessante conversazione con un ragazzo turco che poi ho scoperto essere di origine curda.

La sua storia è simile a quella di tanti altri emigrati regolari che da giovani sono venuti nel nostro Bel Paese integrandosi nel tessuto sociale ed economico italiano; c’e chi ha lasciato i genitori, chi la moglie e i figli per cercare un lavoro, un certo grado di sicurezza, un futuro migliore in attesa di potersi ricongiungere con i propri cari.

Il racconto sembra essere sempre lo stesso, ma guardando al di là degli stereotipi, le motivazioni, il motore che spinge le persone a lasciare la propria terra, appaiono più complesse.

In Turchia le torture e la soppressione dei Curdi da parte del Governo Erdogan non si sono arrestate negli ultimi anni. Una politica di repressione sfociata in guerre civili che hanno provocato migliaia di morti e sfollati, privati dei loro villaggi rasi al suolo dall’esercito turco. L’obiettivo è impedire all’etnia Curda, formata da quasi trentacinque milioni di persone, di creare uno Stato indipendente del Kurdistan nel territorio compreso tra Iran, Iraq, Siria e Turchia, nonostante un ruolo determinante nella battaglia contro l‘Isis, culminata nell’offensiva contro la roccaforte del sedicente stato islamico nel nord-est della Siria, sostenuta dal governo degli Stati Uniti. Un popolo privato del diritto alla propria terra, una delle ragioni di un’ emigrazione di massa verso l’Europa, in prevalenza Germania e Stati Uniti, dove la comunità è molto numerosa.

Spesso il nostro errore è quello massificare gli emigrati non considerandoli individualmente limitandoci a contestualizzarli solo per un certo colore della pelle o per un atteggiamento prevalente, come se formassero una massa uniforme senza evidenti sfaccettature diverse. Capire le differenze ci aiuta nel difficile processo della comprensione dell’essere umano e delle sue scelte, rendendoci meno ignoranti.

Il poeta greco Euripide scrisse che “non c’e dolore più grande della perdita della terra natia”, un dolore che spesso si somma ad altri dolori, all’odio, a secolari persecuzioni etniche. Ritrovare la memoria è un passo fondamentale per l’Europa, in particolare modo in questo momento storico segnato da un fenomeno dell’emigrazione senza precedenti, tema su cui i governi europei non riescono a trovare una politica comune, condivisibile ed efficace, resa ancora più incerta dall’esito delle elezioni europee del ventisei maggio contrassegnate da un’ anti -europeismo dilagante e da un consenso popolare sempre maggiore nei confronti di partiti e movimenti sovranisti e populisti.

Dalle guerre degli novanta nella ex Jugoslavia, nel cuore dell’Europa, contrassegnate dalle pulizie etniche, da stupri di milioni di donne e di altrettanti morti e mutilati, sono passati più di vent’anni, una pagina di storia da leggere comodamente su un qualsiasi dispositivo elettronico seduti su una comoda poltrona mentre, al di là del Mar Mediterraneo, gli stessi orribili crimini vengono perpetrati ogni giorno. Perdere la memoria delle atrocità attraverso cui l’Europa ha saputo costruire la propria identità significa girarsi dall’altra parte, e fare finta di non vedere i rigurgiti nazionalisti, pronti dietro l’angolo, ha divorarci lasciando che i semi dell’odio possano nuovamente germogliare e crescere.

Paolo Marra

Foto Massimiliano Bosco tutti i diritti riservati

Paolo Marra
Paolo Marra

Lascia un commento