L’OSCAR DELLA MEMORIA

Salendo sul palco per ricevere l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il film “BlacKkKlansmanSpike Lee ha richiamato l’attenzione del pubblico sulle sue radici, e di tutta la comunità afro-americana, omaggiando gli “antenati che hanno costruito questo paese e ricordando il genocidio dei nostri nativi”. Un richiamo alla memoria su cui costruire un’umanità persa, un’identità nera di lotta ma di non scontro, convergente verso idee condivisibili e unificanti. Perché se ne facciano una ragione i suprematisti bianchi, l’evoluzione della cultura americana non sarebbe la stessa senza l’apporto delle esperienze collettive del popolo nero, filtrate attraverso la schiavitù, la segregazione, le torture, la lotta per i diritti, la ghettizzazione, dando vita a una forma d’arte e di pensiero che nel tempo da cellula della Madre Africa è diventata essa stessa punto di riferimento per le nuove generazioni, un universo formato da codici ben precisi.

Nel millenovecentosettantatré Bill Lee, padre di Spike che in seguito comporrà le colonne sonore per alcuni film del figlio tra cui “Fa’ la cosa giusta”, registra insieme a tre dei suoi sei fratelli anche loro musicisti, il percussionista Sonny Brown e il batterista Billy Higgins, l’album jazz-spiritual “A spirit speaks The descendants of Mike and Phoebe”, anche questo un omaggio agli antenati morti durante la Guerra Civile in Alabama, Stato del Sud degli Stati Uniti che vedrà nella capitale Montgomery negli anni cinquanta e sessanta del secolo successivo lo scenario della lotta dei diritti civili ispirata da personalità come Rosa Parks, la prima donna di colore che si rifiuta di lasciare il posto sull’autobus a un uomo bianco, e da Martin Luther King promotore della “resistenza non violenta”.

L’album viene pubblicato dall’etichetta indipendente Strata-East di New York fondata nel millenovecentosettantuno dal trombettista Charles Tolliver e il pianista Stanley Cowell incontratisi qualche anno prima durante le prove dell’album “Members, don’t Git Weary” del batterista Max Roach. L’ idea dei due musicisti era quella di consentire all’artista di avere il pieno controllo della registrazione del proprio lavoro fino al prodotto finale seguendone e curandone tutte le fasi di produzione. Un processo di autodeterminazione musicale e di presa di coscienza delle proprie possibilità ispirata “all’ottimismo creativo” evocato anni prima dallo stesso Martin Luther King, non più relegato nell’ambito ristretto e di rottura degli schemi del Free-jazz ma aperto a una musica popolare, quella del Soul e del Funky dominata da produttori bianchi.

Nelle note di copertina dell’album di Bill Lee e compagni compare un estratto del racconto tramandato dal nonno, un certo William J. Edwards, che negli anni mette in atto una ricerca dei propri avi tracciando la storia della sua famiglia fino ai suoi bisnonni, i Mike e Phoebe del titolo, durante la grande emigrazione dal Sud della Carolina verso l’Alabama annesso all’Unione nel milleottocentodiciannove durante la guerra di Secessione: Phoebe e Mike sono due coniugi schiavi nel South Carolina. La migrazione però separa Phoebe da suo marito. Mentre lei riesce a partire per l’Alabama, il marito Mike continua a lavorare come schiavo per quattro anni; il giorno per il suo padrone e la notte racimolando un po di soldi con dei lavori-extra. Alla fine realizza il suo sogno, compra la Sua libertà e, come uomo finalmente affrancato dal suo proprietario, si ricongiunge con la famiglia come promesso molto tempo prima alla moglie. Il racconto finisce con una domanda “Se lui schiavo è riuscito a fare questo, quanto più noi gente libera possiamo fare per quelli che dipendono da noi”. Lo stesso pensiero espresso, ma con toni diversi , da Spike Lee nel finale del suo discorso alla notte degli Oscar:”Le elezioni presidenziali del duemilaventi sono dietro l’angolo. Mobilizziamoci tutti, stiamo dalla parte giusta della storia, scegliamo l’amore sull’odio…. Facciamo la cosa giusta”.

Paolo Marra

Paolo Marra
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