FEDERICA MICHISANTI, SINCERAMENTE UN TALENTO

Abbiamo intervistato la compositrice e contrabbassista romana Federica Michisanti, votata come miglior nuovo talento italiano del duemiladiciotto da Top Jazz, il referendum indetto dalla rivista Musica Jazz. Dopo gli studi presso l’Università della Musica di Roma e il Saint Louis College of Music ha pubblicato nel duemiladodici il suo album d’esordio “Trioness” a cui è seguito nel duemiladiciassette l’album “ISK”. Entrambi i lavori sono stati registrati in trio con l’amico Simone Maggio al pianoforte e due differenti sassofonisti, che si alternano nei suoi due lavori, Emanuele Melisurgo e Matt Renzi. La sua predilezione per la formazione in trio si concretizza nel progetto Federica Michisanti Horn Trio assieme a Francesco Bigoni al sax tenore e clarinetto e Francesco Lento alla tromba e flicorno. Con questa formazione registra nel duemiladiciotto l’album “Silent Riders” , anche questo acclamato dalla critica di settore. Il suo approccio al jazz, attraverso reminiscenze di musica da camera, esprime una ricerca intima della vera natura dell’essere espressa nell’essenza del componimento e di un improvvisazione corale dove le tre voci soliste si rincorrono e si sovrappongono in un gioco delle parti, creando tensione e distensione. Federica Michisanti non si limita a tessere linee ritmiche, ma spinge le possibilità dello strumento verso melodie ancestrali con una sensibilità memore dell’indimenticato Scott LaFaro, contrabbassista dello storico trio del pianista Bill Evans.

Quando hai capito che il contrabbasso sarebbe stato il tuo strumento?

Non penso definitamente che il contrabbasso sia il mio strumento. Piuttosto c’è stato un momento in cui ho avuto l’esigenza di avere un suono più affine al tipo di musica che ascoltavo e che mi piaceva.

Quali sono i musicisti che più ti hanno influenzato, in particolare il contrabbassista che più ha influenzato il tuo approccio stilistico ?

Ho ascoltato tanta musica di diverso genere: Led zeppelin, The police, Sting, King Crimson, Genesis, Jimi Hendrix, Otis Redding… Beethoven, Chopin e successivamente Rachmaninov, Debussy, Ravel, Bach e recentemente Schoenberg e Berg, il jazz è arrivato quando ho iniziato a studiare musica all’UM: Wayne Shorter, Mingus, Bill Evans, Keith Jarrett, Paul Bley, Jaco Pastorius, ma anche Ella and Louis, Billy Holiday e Lester Young. Io non riuscirei a dire chi di tutti questi grandi artisti possa avermi influenzato ed in quale misura, ma ho ascoltato molto della loro musica e di conseguenza penso debba esserne rimasta in me in qualche modo. Per quanto riguarda i contrabbassisti, sono rimasta colpita tantissimo da Scott LaFaro, Gary Peacock, Dave Holland.

Il rock sembra ormai ripiegare su stesso, il jazz sembra vivere un nuovo rinascimento, qual è secondo te la chiave di questa vitalità?

A me non piace catalogare la musica, a parte le due grandi categorie della musica bella, che si aggrappa all’anima, che non scivola via da una parte e quella inutile dall’altra. A grandi linee e nell’ottica di mettere etichette ai generi musicali, penso che il “Jazz”sia un contenitore più ampio del rock, che accoglie e fonde più stili e questo può essere una grande fonte di rigenerazione.

Parliamo dei tuoi album Trioness, ISK e Silent Riders, come sono nati questi lavori?

Il progetto Trioness è nato poco dopo che ho cominciato a scrivere musica. Suonavo le mie composizioni con il pianista Simone Maggio, che è anche un amico di lunga data. Presto ho sentito l’esigenza di una voce che si unisse al piano nell’esecuzione dei temi . Provando in trio, senza batteria, mi accorsi delle potenzialità di questo tipo di formazione, per cui ho proseguito su questa strada. Horn Trio è nato dalla curiosità di sperimentare la musica che scrivo utilizzando due strumenti che avessero un timbro più omogeneo e che si fondessero tra loro nelle linee di contrappunto. Ho deciso anche in questo caso di non coinvolgere la batteria perché mi permette di suonare il contrabbasso anche svincolandomi dalla funzione di sezione ritmica.

Diversi brani sono composti da te, come ti approcci alla composizione?

Nei miei dischi, a parte le improvvisazioni totali, tutti i brani sono di mia composizione. Per la maggior parte compongo le linee melodiche al piano. Altre volte registro delle mie improvvisazioni al piano e le trascrivo. Più raramente parto dal contrabbasso, ma quasi sempre cercando la melodia, almeno questo è stato come ho proceduto finora.

I prossimi lavori saranno in trio o pensi di inserire altri strumenti?

Credo entrambe le cose.

Il linguaggio musicale spesso viene influenzato ed a sua volta influenza le arti visive e la letteratura, quanto sei stata influenzata, come persona e musicista, da queste tre forme d’arte?

Come persona, per me la letteratura e la pittura sopratutto tra le arti visive hanno molta importanza. Di nuovo, non so se parlare di “influenza”. Fin da tempi del liceo le opere di poeti e scrittori come Pascoli, Foscolo, Leopardi, Pirandello, per non parlare della filosofia ed il pensiero e le opere di artisti dell’impressionismo e dell’espressionismo, di Kandinskij, Van Gogh, Picasso, Pollock, sono stati per me una grande fonte di riflessione profonda, di interrogazione e ricerca della comprensione riguardo l’esistenza ed il condizionamento a cui l’essere umano è sottoposto, che imprigiona la sua essenza primordiale e lo mantiene separato dalla natura vera del sé. Penso che la letteratura, l’arte ed anche la musica sia l’espressione del bisogno di trovare risposte agli interrogativi esistenziali. E la musica che scrivo corrisponde a questa tensione.

Spesso accusano il Jazz di essere autoreferenziale e di chiudersi all’interno di una nicchia, qual è il modo di fugare certi stereotipi?

Penso che essere se stessi possa essere la chiave. Cercare di suonare e comporre quello che si sente più affine a se stessi, essere sinceri. Questo permette, secondo me, di entrare in comunicazione con le persone, qualsiasi genere si suoni.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico italiano, noti una differenza con quello al di fuori del nostro Paese?

Penso che questa domanda sia molto legata alla precedente. In parte dipende dalla comunicazione che si riesce a stabilire con le persone che ti ascoltano suonare, il che rende un po’ universale il rapporto con qualsiasi tipo di pubblico. C’è da dire che forse in altri paesi europei viene coltivata molto di più la cultura musicale sin dall’infanzia e che quindi forse in generale c’è una maggiore predisposizione e adesione in termini numerici agli eventi musicali. Ma qualitativamente non mi sento di fare paragoni generici, ogni situazione ha le sue peculiarità che la rendono diversa dalle altre.

Quali sono i tuoi prossimi impegni, dove ti porterà il Jazz?

Con il mio Horn Trio a maggio saremo a Vicenza Jazz e poi con Trioness al Caffè Bugatti di Terni e a Roma, e poi a New Castle e Manchester Jazz Festival. E a giugno con un progetto nuovo: The Ithcy quartet, featuring Roberto Pianca, un chitarrista svizzero di Lugano.

Un periodo molto denso, ma mi piace e vorrei fosse spesso così.

Intervista a cura di Paolo Marra

Paolo Marra
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