PERIGEO, AL TELEFONO CON GIOVANNI TOMMASO

Era il sei agosto del millenovecentosettantasei, i Perigeo si esibivano per l’ultima volta a Pescara in un concerto storico che verrà pubblicato solo quattordici anni dopo, nel millenovecentonovanta. Il contrabbassista e compositore Giovanni Tommaso, dopo anni trascorsi come jazzista e turnista di eccellenza fonda nel millenovecentosettantadue il gruppo insieme al batterista Bruno Biriaco, il chitarrista Tony Sidney, il sassofonista Claudio Fasoli e il pianista Franco D’Andrea. In un arco temporale di appena cinque anni, dal millenovecentosettantadue al millenovecentosettantasei, il Perigeo rivoluziona le coordinate del jazz “ortodosso” italiano, trasportandolo in territori fino ad allora sconosciuti e mai esplorati della sperimentazione musicale e dell’elettrificazione di origine rock, iniettando di nuova linfa un genere ormai cristallizzato. Lo spettro musicale della band riesce a sintetizzare in unico fascio sonoro avventurose improvvisazioni mai fine a stesse, là dove il confine fra jazz e rock diventa sorprendentemente labile, melodie accattivanti, elaborazioni elettroniche cucite con invettiva su arcaici richiami alla tradizione mediterranea. Un modello per la crescita postuma di un intero movimento dedito all’innovazione. In Italia solamente un altro gruppo riuscirà in questa impresa, gli Area di Demetrio Stratos, ma con declinazioni strumentali e ideologiche differenti. Diverse riviste di settore dell’epoca, ma anche “esperti” musicali di oggi, vedono in loro una trasposizione italiana degli americani Weather Report, tralasciando o dimenticando che già nel millenovecentosessantanove, tre anni prima dell’uscita del primo album di Joe Zawinul e soci, il buon Giovanni Tommaso inizia a buttare giù i brani dell’album “The Healthy food band” uscito un anno dopo e registrato insieme tra gli altri a Gato Barbieri, Steve Lacy e Franco D’Andrea. Il disco contiene i prodromi di quella “Musica Nuova” così fortemente cercata dal contrabbassista, che diventerà  marchio di fabbrica del sound dei cinque album del Perigeo: “Azimut” (1972), “Abbiamo tutti un blues da piangere” (1973) ,”Genealogia” (1974), “La Valle dei templi” (1975) e “Non è poi così lontano” (1976). Quest’ultimo disco del Perigeo viene registrato a Toronto, in Canada, e segna ancora una volta un passo avanti nella voglia propulsiva del gruppo di spingersi verso direzioni inaspettate, evidenziandone l’ormai conclamata coesione. L’album, a differenza dei precedenti, ebbe anche un buon riscontro commerciale, grazie sopratutto al brano “Fata Morgana“. Ma proprio all’apice di un periodo artistico straordinario la band si scioglie. Non è mai possibile decifrare del tutto la fine artistica di una band; come in un rapporto di coppia le motivazioni si addizionano, a volte si sottraggono alla realtà, altre volte si annullano per dare spazio alle volontà, agli istinti dei vari elementi coinvolti, consapevoli o no di aver dato tutto, nel timore di cadere prima o poi in un inutile manierismo. A questo si aggiunge un contesto, quello degli anni settanta, storicamente avaro di riconoscenza economica verso band e cantautori al di fuori del mainstream della musica leggera, contrassegnato da contestazioni, concerti interrotti o mai iniziati,  problemi di ordine pubblico causati da presunti movimenti politicizzati che chiedono, o meglio, pretendono “biglietti gratis” per tutti. A quel punto ogni membro del Perigeo di comune accordo decide di prendere, o meglio riprendere, la propria strada in direzioni apparentemente diverse. Ora finalmente, dopo ben quarantadue anni, quell’incredibile avventura musicale riprende la sua forma originale, anche se per una notte sola, il ventitré luglio a Firenze, nella bellissima cornice di Piazza Santissima Annunziata, nell’ambito del MusArt Festival duemiladiciannove. Purtroppo mancherà all’appello il pianista Franco D’Andrea sostituito da Claudio Filippini. Per l’occasione abbiamo intervistato, nella trasmissione Note Di viaggio, il fondatore della band Giovanni Tommaso.

Nel duemilaquattordici quando uscì l’antologia del Perigeo sembrava quasi fatta per una reunion della band, e invece non si è concretizzata, che cos’è cambiato in questo lasso di tempo?

In realtà quella non è stata l’unica volta dove c’era qualcuno che si faceva avanti, ma tutte queste avance non erano supportate da mezzi e intenzioni serie. Come fondatore del Perigeo mi sono reso conto che mancava la sostanza. Per noi rifondare il gruppo, studiarci il repertorio, tutto ciò che implica l’attrezzatura, lo facciamo volentieri solo se abbiamo le garanzie che sia una cosa fatta bene, e siccome non lo è mai stato fino ad adesso, abbiamo rifiutato. Adesso questa rassegna MusArt, diretta da una persona che organizzò per noi un bellissimo concerto in Toscana, con cui abbiamo concluso una lunga trattativa che prevedeva tanti dettagli. Inoltre la rassegna prevede un cartellone molto importante con diversi artisti nella location di Piazza Santissima Annunziata a Firenze, una delle più belle piazze italiane in assoluto. Valeva la pena rimetterci sotto a studiare il nostro repertorio, comprare nuovi aggeggi per cercare le sonorità giuste.

Come nasce il Perigeo?

Il jazz è un tipo di musica che ha sempre avuto nella storia della sua evoluzione dei momenti legati a fattori storici, di costume, cambiamenti sociali, politici e di vario genere. Quando stavo formando il Perigeo ho cambiato anche stile di vita, ho abbandonato la RCA come turnista; entravo alle nove e uscivo a mezzanotte perché ero il turnista di prima chiamata. Se c’era una registrazione al basso chiamavano sempre me, lavoravo molto. E’ stato un periodo di quasi quattro anni, molto formativo, ma volevo cambiare vita e infatti ho cambiato tutto: famiglia, amici. Avevo voglia con la musica di sottolineare questo cambiamento. Per me fu fondamentale l’ascolto di un disco di Miles Davis (Bitches Brew) che aveva sterzato decisamente verso sonorità elettriche. Dal jazz acustico all’electric-jazz, o jazz-rock, etichetta che a me non dispiace. Quella fu la scintilla che mi fece abbandonare la strada tradizionale del jazz per quella elettrica. Prima chiesi a Franco D’Andrea, poi a Bruno Biriaco, man man agli altri se volevano partecipare a questa rischiosa avventura; rischiosa perché abbandonare il jazz acustico e seguire una nuova strada era rischioso. Infatti all’inizio i critici di jazz iniziarono a dire “questi hanno abbandonato la retta via”, quello che d’altronde avevano fatto con Miles Davis.

Tu hai suonato con i più grandi…

Quella è un’esperienza che ho fatto, però era circoscritta agli appassionati di jazz. Ho avuto la grande fortuna di suonare con le “leggende”, come si dice “trovarsi al punto giusto al momento giusto”.

Qual è l’album del Perigeo che senti più tuo?

Il brano che è fatto veramente con niente, ma è nato da una profonda ispirazione è “Abbiamo tutti un blues da piangere”. Ce ne sono altri che sono molto meno conosciuti dei nostri, per esempio “Torre del lago”o “Posto di non so dove”, dove io addirittura canto. Sono composizioni più di élite, non in termini snobistici ma nel senso che concedono poco all’ascoltatore. L’album “Abbiamo tutti un blues da piangere” nasce dall’ispirazione più profonda. Anche il titolo non è niente male… è allusivo, descrittivo.

Ma anche la copertina, con quella mano che esce dalla terra.

Fu una gestazione lunga quella per la copertina di “Abbiamo tutti un blues da piangere”, perché non mi piacevano nessuna delle proposte della RCA e nessuna delle mie. Quando il direttore della parte grafica della RCA mi disse “guarda c’è un giovane artista che mi ha portato dei quadri a scopi discografici, sono cinque o sei, guarda se ci fosse tante volte…”, lui apre la cartella, erano grandi come un LP, il primo era quello, io sono rimasto stravolto, dico “è questo, non ne voglio vedere  altri”… L’autore si trasferì da lì a poco da Roma a New York. E’ ritornato a Roma solo recentemente ed venuto a un mio concerto, io non lo avevo mai conosciuto, quando si è presentato come l’autore di quel quadro ci siamo abbracciati. E’ stato bellissimo.

A Roma in quegli anni c’era a Villa Pamphili una manifestazione molto importante dedicata al prog, da cui prende il titolo una vostra raccolta.

L’inizio della nostra attività ha coinciso con un grosso desiderio di aggregazione da parte del pubblico giovane. I ragazzi avevano un desiderio fortissimo di stare insieme, questo ha portato un grosso numero di pubblico agli eventi, un pubblico disponibile, non era troppo selettivo ma molto interessante. Questi “raduni”, a Roma Villa Pamphili, a Milano Parco Lambro, a Napoli il Be-In, accomunavano migliaia di persone. C’era solitamente lo stesso pubblico che andava ad ascoltare un cantautore o un gruppo rock o jazz, ciò che li accomunava era il desiderio di sentire una musica  che aveva autenticità. Se c’era un cantautore che bleffava veniva fischiato, se c’era un gruppo che era troppo manieristico non piaceva, ognuno era libero di proporre la sua musica, se era valida il pubblico ci stava. Era una bella cosa.

Quanto ha influito o è stata importante l’Italia musicale all’estero in quel periodo?

Ho la sensazione che molti dei gruppi progressive siano stati riscoperti dai giapponesi e americani un “pochettino” in ritardo. Noi del Perigeo siamo stati in tour in tutta Europa con i Weather Report, noi facevamo il primo tempo ma poi arrivavano loro, e poi abbiamo fatto due settimane al Ronnie Scott’s Club di Londra, una specie di tempio del rock e del jazz sia ortodosso che moderno. La nostra casa discografica faceva un ottima promozione all’estero, ci ha aiutato a farci conoscere anche fuori dall’Italia.

Come nato il brano “Via Beato Angelico” dell’album Genealogia?

Molti romani pensano che sia la via che si trova nella Zona Prati e invece no… Via Beato Angelico è un vicolo cieco che sta dietro la Chiesa della Minerva. Io abitavo lì, in un piccolo appartamento, un gioiello, fu il primo che riuscii a comprare con i proventi della SIAE e lì composi questo brano.

Secondo la leggenda il nome Perigeo è nato una sera in quella casa.

Io avevo detto ai ragazzi “noi dobbiamo trovare un nome che indichi una lontananza da un certo luogo terreno o una località precisa dal quale ci si può distanziare. Abbiamo detto di tutto… ma quando è venuto fuori Perigeo eravamo immediatamente tutti d’accordo. Il Perigeo è il punto più vicino alla terra di un orbita.

L’introduzione di Genealogia è molto particolare, nasce da uno strumento che avete creato voi.

Nel brano “Genealogia” tutta l’introduzione è fatta con un sintetizzatore a tre oscillatori che costruii insieme a un tecnico fiorentino. I tre oscillatori erano accordati a quarte sovrapposte sullo stile vagamente della musica modale. Questo rendeva lo strumento da monofonico a polifonico. C’era la processione alla fine dei nostri concerti per dirmi “ma come fai?”… per noi la ricerca timbrica era un bagaglio in più che offrivamo al nostro pubblico perché faceva parte di una certa originalità. Il gruppo si distingueva per la ricerca timbrica che creavamo con strumenti originali. Era stimolante, imprevedibile, non lo faceva nessuno.

C’era una voglia di sperimentazione che forse oggi manca un po’.

La musica ha dei mutamenti ai quali non si può sfuggire, perfino la musica leggera se tu confronti quella in voga negli anni settanta è ben diversa da quella di oggi. Il tutto a che vedere con la voglia di creare e il tempo che si investe nell’affiatamento della band. Noi perdevamo le giornate, avevamo voglia di provare, di confrontarci, di sperimentare, ognuno diceva la sua. Un investimento su sé stessi che con la velocità di oggi, della vita contemporanea, non c’è più. Oggi è più difficile investire su una band. I gruppi si devono auto produrre, devono fare in fretta, ci sono pochi soldi. Sono i segnali della decadenza della società contemporanea.

Dopo la scioglimento del Perigeo ha fondato un altro gruppo, gli Apogeo, ti sei allontanato dalla terra per così dire… come hai vissuto quella esperienza?

Sono cambiato sia come compositore che come musicista, questo cambiamento in me ha fatto sì che la musica fosse aggiornata al momento in cui ho creato gli Apogeo. Era una scommessa sulla musica, la possibilità di inventare qualcosa di diverso confrontandomi con l’organico che avevo con il Perigeo però in versione acustica. Il progetto mi ha dato molto meno di quanto mi aspettassi, però a posteriori ho avuto della testimonianze incredibili sia dall’Italia che dall’estero, infatti abbiamo fatto in seguito delle reunion molti brevi come quella all’Alexanderplatz dove ci siamo molto divertiti. Quest’estate faremo due concerti insieme.

Tu hai fondato uno dei club più importanti che abbiamo a Roma e in Italia, il Music Inn.

All’epoca dell’apertura avevo fatto già diverse collaborazioni con i più grandi del jazz, ma sicuramente mi aiuto molto. Quando arrivai a Roma già conoscevo Pepito Pignatelli e Picchi, sua moglie, eravamo molti amici. Pepito mi esterno il desiderio di aprire il Music inn, aveva bisogno di un aiuto economico e mi fece entrare nell’associazione e siamo partiti. Era una cantina in uno stato pietoso, e il restauro duro molto. Lester Gordon era pronto a debuttare ma non potei aprire perché mancava un documento. Ma da lì a poco l’inaugurazione avvenne. Al Music inn sono passati i più grandi.

Umbria jazz ha sempre un grande successo, e anche i clinics di cui tu sei responsabile.

Io sono il direttore di Umbria jazz Clinics da trentaquattro anni. Insieme a Umbria Jazz organizziamo questi corsi di due settimane con i professori che vengono dalla Berklee Music College di Boston, vengono studenti da tutto il mondo persino dagli Stati Uniti. E quest’anno per la prima volta abbiamo dovuto chiudere quasi tutti i corsi alla fine d’aprile. Si scambiano esperienze, ci sono jam session a scuola. Quest’anno i migliori gruppi suonano al festival, per loro è una vetrina importante. E’ fantastico.

Paolo Marra

Paolo Marra
Paolo Marra

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